
"Perfettamente circolare, intagliato a colombine e fiori, il pane nuziale di sua sorella le apparve più fine e bellodi quando lo aveva visto sulla pala del forno: una filigrana di farina e acqua, figlia di un'arte a portata di poche. Mentre sua madre e Bonacatta lo preparavano le era stato impedito di assistere, e anche il semplice atto di guardarlo in segreto restava una violazione le cui conseguenze le invasero il sangue con una vampata, acuita dall'odore forte e buono che riempiva la stanza come un ventre. (...) Mentre era china ad osservare il pane, accadde però che gli occhi andassero allo specchio, dove oltre al pane vide anche se stessa".
Da Accadadora (Einaudi , 164 pagine, 18 euro), di Michela Murgia.
Su aNobii i commenti sono unanimi: il libro è bellissimo.
La Sardegna e la letteratura sarda mi sono sempre piaciute, quindi ho comprato "Accabadora" a scatola chiusa, non conoscendo Michela Murgia, e scoprendo subito dopo che il film di Paolo Virzì "Tutta la vita davanti" è tratto dal libro autobiografico della Murgia, che ha lavorato per un mese in un call center e ha raccontato la storia nel libro "Il mondo deve sapere".
E l'azzardo è stato premiato. Per quattro giorni (sì, bastano quattro giorni sono 164 pagine che scorrono via veloci) ogni volta che ho aperto "Accabadora" ho vissuto in un mondo lontano e sospeso, un mondo fatto di donne: Tzia Bonaria (l'anima ) e Maria (fill'e anima)...ma anche Anna Teresa Listru e le sue figlie Giulia, Regina Bonacatta, la maestra Luciana (venuta dal continente e con i capelli biondi), Giannina Bastiù. Un mondo lieve, con una luce tirchia, cieli nuvolosi, sospiri, sussurri, ombre, segreti non detti e amori taciuti al proprio cuore. Un mondo dove il tempo è altro.
Ma quando ho chiuso il libro, letta l'ultima parola, eccolo il presente irrompere e farsi largo tra le pagine ormai consumate, lette e vissute. Ecco l'eutanasia...il dolore, la paura, l'amore estremo (quello che non si legge sui giornali quando ci si divide per Eluana Englaro). Ecco la maternità ...negata, odiata, desiderata. Ecco il diventare donna tra paure, sogni e sfide. Ecco la miseria e la paura dell'ignoto ("La pietra rotonda era lì come un cuore fermo tra la cenere, la superficie porosa fatta nera dal fuoco, tutto furchè purificata"). Ecco un paese che si aggrappa cieco alle tradizioni perchè ha paura della realtà che muta. Ecco la paura di vivere una vita da storpi, in una società che impone perfezione ed efficienza.
"Accabar",in spagnolo, significa finire. E in sardo "accabadora" è colei che finisce. la forza del libro di Michela Murgia è all'ultima parola, quando scopri che per quattro giorni hai vissuto in un tempo che non c'è, ma all'ultima parola ripiombi nel presente con il cuore dilaniato tra la morte e la vita.







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