Diritti e castighi


Donne oltre le sbarre. Due donne hanno deciso di parlare di carcere. A modo loro. In modo forte, deciso, diretto, portando fuori dall'ombra i volti, le storie, la vita di detenuti, ma anche di poliziotti, dirigenti, familiari, educatori. E dietro i volti, i numeri e le statistiche, che parlano di sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie precarie, violenza e abbrutimento, sprechi di risorse economiche e sociali, di carceri che violano i principi costituzionali della dignità e del recupero dei detenuti.
"Diritti e Castighi" (Il Saggiatore, 292 pagine, 15 euro). Un libro dalla doppia anima e con una verità: il carcere sta morendo. L'universo al di là del muro ha rinunciato al cambiamento e si è fermato, cristallizzato, abbruttito e rischia di implodere.

Le due autrici sono: Lucia Castellano (direttore di carcere. Dopo Eboli, Marassi, Secondigliano, dal 2002 è a Bollate) e Donatella Stasio (giornalista del Sole 24 Ore).
Donatella la leggo, ma Lucia la conosco. L'ho incontrata quando è uscito Miserere (La Castellano ha dato vita a una intensa presentazione alla Feltrinelli di Milano).
Armida Miserere (anche lei direttore di carcere) aveva un diario, che si chiamava "Il Muro". La forza di Lucia Castellano è cercare ogni giorno di non abbandonare a se stesso chi vive al di là del muro, aspettando solo che il tempo passi e la pena si estingua. "Il nostro scopo è rendere sensato il tempo dei detenuti e creare un lavoro che sia business e vada oltre il muro di cinta, per diventare una attività reale a fine pena" dice Lucia Castellano, direttrice del penitenziario di Bollate in una recente intervista.

Non è un caso che nel carcere di Bollate, da anni ormai, la direttrice abbia creato la Cascina Bollate: una cooperativa mista di soci, neo giardinieri-carcerati e giardinieri professionisti, in cui sono occupati 500 detenuti su 700 dietro le sbarre. Tre volte la settimana (mercoledì e venerdì mattina, sabato pomeriggio), a Bollate sono in vendita i prodotti coltivati nei diecimila metri e nelle due serre della prigione. Ma Bollate è un eccezione, un modello.

I dati da cui la Castellano e la Stasio partono in "Diritti e castighi" sono disarmanti: oggi i detenuti sono più di 61 mila, con un ritmo di crescita di 800-mille persone al mese; presto si sfonderà anche quota 70 mila, 20 mila persone in più dei posti disponibili. Davanti a questi numeri, ogni intervento appare impossibile. Un carcere "chiuso" verso l' esterno non può che produrre altri danni: sforna il 70 per cento dei recidivi in circolazione. E accoglie schiere di "nuovi barbari" - stranieri (38%) e tossicodipendenti (27%) - "parcheggiati in attesa di un fine pena che, breve o lungo che sia, li restituirà tali e quali, pronti per un nuovo giro di carcere, di emarginazione".

"Diritti e castighi" non nasconde debolezze e limiti (un carcere per esempio in cui la linea di confine tra diritti e privilegi è ancora confusa) dell'attuale sistema carcerario, ma proprio attraverso la realtà esorcizza pregiudizi e luoghi comuni.
La verità non viene nè nascosta, ma neanche accettata.
"Il carcere - scrivono le autrici - deve trasformarsi in un luogo in cui non c' è bisogno di esercitare il potere, già esercitato dal muro di cinta. Deve diventare un luogo in cui si organizza un servizio. Una grande utopia, forse. Ma come dice un proverbio maghrebino 'Nessuna carovana ha mai raggiunto l'utopia, però è l'utopia che fa andare le carovane".

E così l'utopia di "Diritti e castighi" si svela provocatoria, ma reale, possibile: produrre libertà anzichè negarla, attraverso il ribaltamento della realtà, attraverso un carcere che non cancella le identità, ma le riscopre.

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