racconti per nisida


Certo loro, le storie difficili le hanno vissute con tanta fatica, pagando di persona, e forse è importante capire che c’è dell’altro. Che ci sono altre possibilità. Un ventaglio di strade nuove, di destini diversi, di tempi rinnovati da inventare, da capire. Forse per questo è giusto offrire loro un libro di storie vicine, varie nei ritmi, nei tagli nei generi, nei contenuti.

Le parole di Dacia Maraini aprono l’antologia “Racconti per Nisida (pubblicato da Guida editore),
L’antologia è dedicata a Roberto Dinacci (che molto ha amato Nisida e i suoi ragazzi) ed è stata realizzata nell’ambito del progetto “Nisida come parco letterario”, che vede da anni impegnati l’Istituto penale minorile di Nisida e la scuola media “Sogliano” di Napoli . Ma al progetto hanno partecipato anche la scuola media “Michelangelo” e la V H del liceo scientifico Mercalli.
Ad aprire la raccolta “2032” di Riccardo Brun, praticamente a chiudere “L’isola di che si capò di viaggiare” di Patrizia Rinaldi. Come ormai saprete due amici e scrittori che ti mettono di fronte alla realtà, quella della cronaca come quella dei sentimenti, senza fare sconti. Ma sono tanti i racconti, come “La parabola del cerchio” di Benedetta de Falco o “Ritornare ogni notte” di Maurizio De Giovanni, “Io non so nuotare” di Mario Gelardi.
Racconti sull’isola, sui ragazzi, sulla criminalità giovanile, sulla voglia di libertà, sulla solitudine, sul coraggio, l’amicizia e sui sogni. Monologhi, confessioni, epistolari. I racconti sono nati da mesi di incontri tra i quindici gli autori e i ragazzi di Nisida.
A chiudere l’antologia la storia, in versi, della "Dama Nisida", di Maria Franco, vero cuore pulsante del progetto.
In copertina un disegno di Cecilia Latella.
L’antologia è fuori commercio. Io l’ho avuta in dono. Grazie a tutti gli autori per il coraggio, la costanza, la passione e per i loro quindici racconti sospesi tra terra e mare.

le fidanzate di Allah

Si inginocchia a pregare nel treno. Alla fermata della metropolitana di Park Kultury scende e con un telefonino compone un numero. Non chiama nessuno. Chiama la morte.
Aveva solo 17 anni, slava, vestita con una sciarpa blu, gonna e giacca viola.
Stesso momento,qualche minuto prima o dopo forse, in un'altra stazione della metropolitana di Mosca, un'altra donna, questa volta più grande, sui 40 anni, con uno scialle lavanda, giacca nera, gonna bianca e una grossa borsa al braccio, fa la stessa chiamata.
Sono le "fidanzate di Allah", giovani donne legate al terrore di matrice caucasica e usate per compiere attentati suicidi. Qualcuno le chiama "le vedove nere".

Ieri due bombe sono state fatte esplodere nella metropolitana di Mosca, sotto la sede dell'ex KGb e a pochi passi dal Ministero degli esteri. Due donne kamikaze si sono fatte saltare in aria. Una prima rivendicazione è arrivata dai separatisti ceceni, su un sito degli islamisti attivi nel Caucaso. Decine di morti. I giornali di tutto il mondo parlano di vendetta caucasica. Per chi vuole saperne di più: clicchi qui, legga l'articolo di Guido Olimpo, sul Corriere e il sito della Bbc.

prigionieri tra cielo e terra

"Alla ricerca di un posto dove sdraiarmi, scorgendo per caso un angolo tranquillo sulla riva lì accanto, spossato come mi sentivo, mi accomodai il meglio possibile sul terreno soffice, al riparo dei fidi rami di un albero amico.
Nel contemplare la terra, aria e cielo fui preso da un pensiero conturbante e irreprimibile: ero costretto a dirmi che ero un povero prigioniero tra cielo e terra, che tutti siamo ugualmente dei poveri reclusi e che per noi non v'è alcuna via verso un altro mondo, se non quell'unica che ci conduce nella fossa buia, nel grembo della terrà, giù nella tomba"
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La Passeggiata, Robert Walser.

A ciascuno di noi e al destino, la scelta di come vivere questa prigionia tra cielo e terra. E' qualche giorno che con più insistenza mi chiedo, io che ho scelto? Sto lasciando fare tutto al destino, sto facendo trascorrere le mie giornate tra pranzo, cena ora d'aria, sveglia? Il cielo ogni volta lo sfioro, ma rimango a terra... Non posso uscire da questa prigione, ma voglio viverla...viverla toccando il cielo...il limite estremo di questa gabbia.

Gratteri e un pezzo di Calabria che urla

Calabria. Taurianova. Via Solferino. In una saletta, nella stradina che collega la Posta centrale con la villa comunale ,c’è la sede dell’Auser. Una stanzetta al primo piano, con i poster di Papa Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta, girasoli di plastica e cartoncini colorati con i pensierini scritti con grafia da bimbo. È atteso un ospite importante. C’è un’ora di ritardo sul programma, ma la gente non si muove dalle sedie. Aspetta. Sembra, anzi è, importante essere qui ad aspettare.
Alle otto arriva.
È il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. È stato invitato per parlare del suo ultimo libro “Mala pianta” ,edito da Mondadori, nella collana Strade Blu, e scritto a quattro mani con Antonio Nicaso.
Il pm guida l’auto, accanto a lui la moglie. Dietro la scorta. È stanchissimo. Si vede subito. La faccia è spiegazzata come la camicia sotto la giacca. Ma viene accolto con un applauso e la stanchezza diventa voglia di parlare, di essere qui.
E a Taurianova c’era anche Voltapagina. L’incontro dura quasi tre ore. Per due volte il pm accenna: “Sono stanco… ”. Ma la gente in sala non vuole ascoltare. È più forte la voglia di ascoltare ancora lui. Di avere risposte. E così le domande vanno avanti ad oltranza. Un incontro in cui, ieri sera, sono capitata per caso. Un incontro intenso, elettrico. Semplicemente interessante.
E ovviamente non ho resistito. Ho registrato parola per parola sulla tastiera dell’inseparabile BalckBerry, che a fine serata bolliva. Ecco un pezzo di Calabria dal vivo:

A introdurre l’incontro è una socia dell’Auser. Seduta al tavolo, accanto a Nicola Gratteri, la psicologa Laura Melara.
“Siamo un paese in cui il consiglio è stato per ben due volte sciolto per infiltrazioni mafiose. Tutt’ora siamo commissariati. Abbiamo lasciato che la cosa pubblica divenisse “cosa propria” della ‘ndrangheta. Ma quando parliamo di 'ndrangheta, sembra sempre cosa altra da noi, non ci rendiamo conto di quanto ci siamo dentro, di quanto siamo assuefatti a questo mondo”.
Le poche parole di introduzione danno subito la rotta alla serata.
La Melara parte, invece dalla “ricostruzione storica o antropo-psichica” della ‘ndrangheta alla base di “Mala pianta” e “dagli strumenti che si hanno e quelli che non si hanno per combattere un fenomeno per quello che e' : un’organizzazione criminale potentissima, ma non solo”. Parla di “un fondamentalismo culturale, un sistema capace di adattarsi nel tempo, arrivando a precorrere i tempi. Ci ritroviamo una forma di mafia talmente addentrata e radicata, che parola più adatta di mala pianta non poteva esserci”.
E poi tocca a Gratteri, che sceglie di non parlare a braccio. “Fatemi delle domande. Chiedetemi cosa vi interessa sapere”. E se le domande sono timide, in ogni risposta c’è un pezzo di Calabria che urla.

Una signora in prima fila si alza in piedi e prende subito la parola: “Io vorrei sapere che ruolo ha la Chiesa rispetto alla ‘ndrangheta”.
Gratteri: “La ‘ndrangheta si nutre di esteriorità. Ha bisogno del consenso popolare. E la Chiesa spesso è stata ed è ambigua. Oggi il vescovo di Gioia Tauro parla in modo chiaro. Denuncia i mafiosi. Perché accogliere tutti a braccia aperte non va bene. Il vescovo e il prete non possono andare a magiare a casa di tutti. Sono stati commessi grossi errori dalla chiesa. Vi sono ancora preti che ammiccano al potere ‘ndranghetista. E non penso al capobastone con la coppola, ma al medico in ospedale, all’avvocato in tribunale, all’ingegnere, all’architetto. Perché questo è stato nell’ultima generazione il grande salto di qualità della 'ndrangheta. E davanti a questo cosa ha fatto la Chiesa? Cosa ha fatto la politica? La borghesia? La Chiesa ha ammiccato, spesso. O a volte ha nicchiato. Ma il discorso è più ampio. La borghesia qui in Calabria si è chiusa nei salotti. E la politica è stata gestita dai caprai. Così la pubblica amministrazione è finita in mano alla ‘ndrangheta. Cosa voglio dire? La borghesia non si impegna nel sociale, perché vede troppo marcio, ha paura di sporcarsi con gli schizzi di fango. La classe borghese manca da decenni in Calabria. Questo ha consentito l'avanzata dei barbari. Vi faccio un esempio pratico del comportamento omissivo e /o collusivo della borghesia: il caffé al bar. Voi fate a gara per offrire il caffé al capomafia. Invece da domani provate a girare le spalle. E se non ce la fate, il caffé, la mattina, prendetevelo a casa con vostra moglie. Ed evitate questo cinema.
A Locri, durante un’indagine, il pm va a San Luca e incontra un capobastone, che gli chiede “Che si dice dotto’”. E lui risponde: ‘Si dice che quando voi sparate alle serrande o alle macchine, il popolo vi abbandona e tutto quello che avete fatto per 30 anni lo perdete’. Che significa? Se si perde il consenso (la teoria della ‘ndrangheta è sempre stata: terrorizzare ma non troppo) il popolo tradisce. E ancora, perché capomafia in un Comune controlla anche i lavori di un marciapiede? Un lavoro cioè di poche migliaia di euro, che non gli frutta niente? Perché non guadagna dei soldi, ma sarà lui a decidere i quattro operai che lavoreranno a quel marciapiede. E alle elezioni sarà lui a dire chi votare. L’operaio si ricorderà e nel segreto del seggio penserà: ‘Dove non e' riuscito il sindaco, dove non è arrivato l'ufficio del lavoro e arrivato il capomafia, perciò voto quello che lui vuole’. Ecco perchè è il politico che va dal capomafia (e non il contrario). E con questa legge bastano pochi voti per far pendere l’ago della bilancia da una parte. Una volta eletto, poi, il sindaco deciderà il piano urbanistico, il capo dei vigili, appalti da centinaia di migliaia di euro . Ed è cominciato tutto da un marciapiede, e da quattro operai...”.

Altra domanda: “Dottore, ma le è mai venuto in mente di mandare tutto a quel paese? Parlo della frustrazione dell’ uomo. Perché diciamolo, le leggi tutelano il delinquente”.
Gratteri: “Per natura sono molto orgoglioso. Dico sempre che quando morirò, morirò con gli occhi aperti, per non dare soddisfazione alla morte. Penso a quando ho scritto Fratelli di sangue: Nessuno lo voleva pubblicare. Ci abbiamo messo tre anni per scriverlo, perché è un libro di storia, ma non è stato capito. Alla fine ha creduto in noi Passigli. Questo lo abbiamo scritto in tre mesi , via skype e abbiamo venduto 90 mila copie. Ma io ho creduto in entrambi i libri e mi sono impegnato per parlarne e a farli leggere (soprattutto nelle scuole, dove i ragazzi vanno caricati come sveglie, dove bisogna smuoverli e spingerli a studiare, per appropriarsi del proprio futuro, perché così nessuno potrà prenderli più in giro) con la stessa grinta. Io non mi sono mai sentito solo. Sono molto orgoglioso del mio lavoro e dentro sento che le cose possono cambiare. Anche se dentro, è vero, ho anche molta rabbia. Perché se – sempre nel rispetto della costituzione- si cambiassero i codici, potremmo ridurre la mafia dell'80 per cento. Abbiamo bisogno che la prova si crei nel dibattimento, nel contraddittorio. Ma una volta accertato il reato, il responsabile deve scontare 30 anni di carcere duro e certo. Dobbiamo creare un sistema giudiziario secondo cui non sia più conveniente essere ‘ndranghetista. Essere ‘ndranghetista, come si diceva prima, è un credo. Chi nasce in una famiglia di ‘ndrangheta e si nutre di quella cultura non ha scampo. Il sistema giudiziario forte lo fa il legislatore. Ma oggi noi non abbiamo un parlamento eletto, ma nominato. Oggi in parlamento c'è gente che ha difficoltà a coniugare i verbi, pensate ad andare a parlare di riforme con questa gente!”

Domanda. “Dottor Gratteri che ruolo hanno le donne nella ‘ndrangheta?”
Gratteri: In Calabria esiste il matriarcato. Nel chiuso delle case ci comandano le donne (anche a me). Parlando di ‘ndrangheta, poi, le donne hanno ruolo importante e forte nelle faide. Sono il motore. Sono quelle che tengono acceso il fuoco della vendetta. In alcune faide ci sono donne che si sono vestite da uomo e sono andate ad ammazzare i rivali. In una intercettazione ambientale, la figlia di un capomafia dice: ‘Io non ho bisogno del battesimo, sono ‘ndranghetista per discendenza”. Di contro però, le donne non hanno un ruolo apicale, al contrario, per esempio, di quanto avviene in Messico, dove una volta arrestato il marito, la moglie cura in prima persona gli affari”.

Domanda: “Dottor Gratteri noi viviamo in un territorio devastato, dove anche l’aria è mafia. Siamo assuefatti. Per noi esiste, non ci possiamo fare nulla. Siamo così vittime che non ci ribelliamo più”.
Gratteri: “Ci sarebbe bisogno di segnali più forti e netti. Ho già accennato alla necessità di un sistema giudiziario forte. Ma penso anche a una pubblica amministrazione più forte. E questo è vero. Ma è anche vero che ognuno di noi qualcosa la può fare. C'è una zona grigia molto ampia, un grande sacco...che ci consente di vivere...di barcamenarci, di non sporcarci assai... di non essere ‘ndranghetisti ma neanche anti-’ndranghetisti. Manca il coraggio di dare un taglio netto. Però è anche vero che stasera qui ci sono 60 persone e queste persone sono qui perché evidentemente i questa realtà di assuefazione soffrono. Già essere seduti qui è una scelta di campo. E non parlo di una scelta politica, perché bisogna cominciare prima a fare una scelta tra persone per bene e delinquenti. Coalizzandosi destra e sinistra. Mischiandosi. Coltivate di più questa associazione. Impegnatevi di più. Irritatevi di più quando vedete delle ingiustizie”.

Domanda: Che valore aggiunto c’è nel combattere la ndrangheta essendo calabrese?
Gratteri: “La mia scelta, non è una questione di soddisfazione. Io sono nato a Gerace e da piccolo ho vissuto e respirato l’aria della ‘ ndrangheta. Io con i figli degli ‘ndranghetisti ci andavo a scuola. E se anche la mia è una famiglia modesta, mi ha sempre educato ai grandi valori. Quel comportamento da ‘ndranhetista (e attenzione, non da bullo, perché è diverso), il vivere sulla propria pelle quei soprusi è qualcosa che lascia il segno. Così quando ho fatto il concorso in magistratura, e per caso (dico per caso, perché sapete come vanno i concorsi in magistratura) ero messo bene in graduatoria, ho pensato: devo rimanere qui. Potevo andare dove volevo. Sono rimasto. E quando riesco a trovare le prove perchè il giudice emetta 40 ordinanze, per gente per cui la vita di una gallina e quella di un uomo sono uguali, penso che ho tolto questa gente dalle nostre strade. Perché è vero che nei nostri paesi questi controllano anche il respiro, il battito del cuore”
Ed ecco perchè per esempio sono contro il federalismo. Se parcelliziamo il potere diamo più potere alle mafie. Se diamo più potere alle Regioni consegniamo il Sud alle mafie. Anche se ogni tanto penso anche che con l’Unita' d'Italia noi meridionali ci abbiamo rimesso. Il Sud era ricco, evoluto, (la prima ferrovia è stata realizzata a Napoli), i rozzi erano i lombardi, i barbari erano quelli che vivevano dal Po in su. Mario La Cava, Corrado Alvaro, Saverio Strati ... non sono nati a Pavia, ma qui. E loro hanno scritto 70 anni fa quello che noi diciamo oggi, ma non lo sappiamo, perché non li abbiamo letti. C’è un buco nella storia e nella memoria della Calabria. Viviamo in un mondo di caproni".

Domanda di un ragazzo dell’associazione il Mammalucco: “Quanto si sente impotente davanti, per esempio a una legge che cancella le intercettazioni, a una parlamentare ex An – e questo lo dico da uomo di sinistra – che denuncia che ci sono candidati affiliati alla 'ndrangheta che non sono stati non cancellati. Noi ci sentiamo impotenti. Sappiamo che le elezioni sono state decise dai poteri forti.
Gratteri: “Le cose possono cambiare. Molte volte m sento amareggiato. Dopo 25 anni di questo lavoro ho le idee abbastanza chiare su cosa si potrebbe fare. Ma, non ho mai pensato di mollare. Quanto meno per chi crede in me. Per tanta gente, uno come me, è l'ultima spiaggia. La vita delle persone dipende dall'impegno o dall'errore di un magistrato. Chi fa un lavoro come il mio si deve emozionare, ogni giorno”.

Domanda: "Dottore non crede che insieme alla lotta sul piano giudiziario bisognerebbe portare avanti una lotta informazione e per l’educazione delle nuove generazioni? "
Gratteri: “L’informazione fa parte della ricetta sul lungo periodo. Avremmo bisogno di una scuola diversa. E, purtroppo, per la Scuola nessun governo ha fatto niente. Non è un problema di oggi. Nessuno ha mai fatto leggi per motivare insegnanti o per costruire scuole belle, scuole a tempo pieno con una piscina e magari un teatro, in cui i ragazzi possano rimanerci più tempo possibile, sottraendoli così alla cultura di casa e della ‘ndrangheta. Il dramma è che nessuno ha mai investito in istruzione. Chiunque è al potere vuole un popolo ignorante, un bue da indirizzare. Ed ecco la tv spazzatura, l’oppio della nostra società. Quindici anni fa quando andavo per lavoro in Sud America vedevo la gente che piangeva davanti alla tv per le telenovelas di cui si nutriva. Oggi in Italia ci sono il grande fratello e Amici. Oppio”.

Domanda: “Che ne pensa della legge sulle intercettazioni?”
Gratteri: “Se la modifica dovesse avvenire sarà una iattura. Dicono infatti che per i processi di mafia non ci sarà limitazione. Ma non e' vero. Le indagini di mafia non sono mai partite dal telefono del capomafia, ma da reati affini, una macchina bruciata, un morto per overdose. Ma purtroppo chi ha il potere non creerà un sistema giudiziario forte, perché non vuole essere controllato. I governi di sinistra che leggi antimafia hanno fatto? Io sono apparentemente calmo. Ma nel dire questo...nel pensare alle grandi occasioni perdute dai governi di sinistra... sento dentro di me una grande rabbia. E penso anche a un’Europa impreparata a gestire e affrontare il problema mafia (ricordiamoci anche la mafia in Italia chiede il pizzo e depaupera il territorio, in Olanda, Spagna, Belgio investe capitali, ricicla denaro sporco, quindi compra e crea economia). O anche alle leggi internazionali che potrebbero aiutarci ma non funzionano, come quella della riconversione delle piantagioni di cocaina in Colombia (i finanziamenti non sono mai arrivati ai contadini, perché si rischiava di danneggiare l’agricoltura Usa, che guarda caso è uno dei maggiori finanziatori della Colombia) o la distruzione stessa delle piantagioni (i narcotrafficanti hanno pagato i piloti degli aerei che passavano sulle piantagioni, in modo da far spruzzare sui campi non veleno, ma acqua). Ma, se non credessi in quello che faccio, avrei accettato le lusinghe...non si immagina quello che mi hanno offerto, per andare via da qui. Ma io resto, come feci dopo i concorso in magistratura. E parlo. Perché parlando ci incoraggiamo a vicenda. Io parlo per darvi carica da 380 e non 320. Per costruire. Chi parla troppo non fa carriera. Ma ci sono cose che non hanno prezzo, proprio come nella pubblicità di quella famosa carta di credito…e io a questo lusso, dire quello che penso guardando le persone negli occhi, non rinuncerò mai. È una di quelle cose che per me non hanno prezzo ”.

A questo punto interviene un delegato della Cgil, con una domanda che non riesco a sentire, ma sento la risposta e Gratteri non risparmia neanche il sindacato: “Anche voi vi siete distratti, anche tra le fila dei sindacati ci sono stati casi di infiltrazioni mafiose. Anche il vostro lavoro è una gestione del potere. Le indagini per gli appalti sull’autostrada e per il porto di Gioia Tauro vi devono allertare. Meglio avere 10 iscritti in meno, perchè quando entra uno è difficile cacciarlo. Il sindacato è importante. E invece spesso i leader sindacali hanno i migliori posti, la casa dell’Ente, i figli sistemati. Fare sindacato deve essere dare un modello di comportamento, etica e morale. Attenti a non farvi tentare dalla marmellata”.

Domanda: “Mi chiamo Francesco. Non crede che sia troppo facile sciogliere i consigli comunali, cioè colpire tutti, invece di scovare i veri responsabili?”. Soprattutto alla luce del fatto che poi intere giunte sciolte per mafia alle elezioni successive si ricandidano,come se nulla fosse successo?
Gratteri: “Il primo punto si sta discutendo, anche da un punto di vista normativo, cioè ci si sta interrogando se sia meglio intervenire chirurgicamente o far cadere la giunta. Ma per me è come la nascondersi dietro la foglia di fico. Bisogna invece chiedersi chi li ha messo lì quelle persone, chi fa la lista e chi vota (nella piana di Gioia Tauro, oltre il 60 per cento dei comuni è stato sospeso per mafia ndr). Non facciamo vittimismo, non ci aiuta. Costruite voi una lista di persone per bene. Cominciate a fare politica attiva. Cominciate ad arrabbiarvi. Finitela di stare a guardare”.

io sono il bambino


Una nebbia lieve e grigia fluttuava sopra la casa, sopra la via. Un bambino stava seduto nel cortile e guardava la luna. Aveva sei anni e io lo amavo.
- Ti amo, gli dissi.
E il bambino mi fissava con uno sguardo severo.
- Bambino, vengo da lontano. Dimmi, perchè guadi la luna?
- Non è una luna . rispose irritato il bambino -, non è la luna, è l'avvenire che io guardo.
- Io vengo da lì - gli dissi dolcemente - ci sono solo campi morti e fangosi.
- Tu menti, menti - gridò il bambino- C'è argento luce, c'è amore. Ci sono giardini pieni di fiori.
- Io vengo da lì - ripetei dolcemente- ci sono solo campi morti e fangosi.
Il bambino mi riconobbe e si mise a piangere.
Erano le sue ultime lacrime calde. anche su di lui cominciò a piovere. La luna scomparve. La notte e il silenzio sono venuti da me per dirmi:
- Che ne hai fatto di lui?
Agota Kristof, Ieri
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Nota. Nella foto il porto di Palmi (Calabria).

il cavaliere e la morte


"Ma quale era il punto del non poterne più? Lo spostava sempre più avanti, come un traguardo: della volontà in gara con il dolore".
Il Cavaliere e la morte, Leonardo Sciascia.

Un libro preso al volo, alla Feltrinelli della stazione di Napoli (che regalo per la città), pochi minuti prima che il treno parta. E' solo un racconto lungo. Un gioiello. Attuale. Inteso. E' solo un racconto lungo. Incredibile.

Nota. Foto scattatta nella Medina di Rabat.

potere, dolore e amore

Martedì con il professor Vincenzo Montrone, ai dialoghi in casa per l'Arte della Felicità abbiamo parlato di dolore e potere...e del dolore come il potere dei poteri. Un salotto al Parco Margherita (Napoli), una trentina di ospiti. Ambiente accogliente e familiare. E proprio come domenica scorsa con Cristina Donadio e Raffaele Di Florio, il dialogo alla fine è approdato su una riva inaspettata. Il dolore, che fa paura, che tentiamo di rimuovere e allontanare, il dolore dal punto di vista medico, l'angoscia della morte hanno portato all'amore. "Più di qualsiasi terapia medica è quello che io do, come essere umano, ai pazienti ad aiutarli a vincere il dolore", dice Montrone, alzandosi in piedi, togliendosi la giacca e mimando l'entrata in corsia, senza camice, da uomo tra uomini, non da medico tra pazienti.
Stasera terzo e ultimo appuntamento. Un appartamento in via Crispi, ospiti Luciano Stella e Mario Martone. Titolo dell'incontro "Il giardiniere".
Ne so pochissimo. So solo che il "giardiniere" è un personaggio minore del suo "Riccardo II".
Ma oltre a questo, non so altro. Sicuramente si parlerà del prossimo film del regista di "Morte di un matematico napoletano", dedicato al Risorgimento: "Noi credevamo".

Intanto,grazie a Martone e al dialogo di questa sera ho scoperto Anna Banti. Dal suo libro "Così eravamo" è tratto, infatti, l'omonimo film scritto da Martone e De Cataldo.
La cuirosità, ance se è riduttivo definirla tale è che oggi è impossibile trovare i suoi libri scritti dalla Banti, anche se esiste una biblioteca, a cui (anche via mail) si possono chiedere in prestito le sue opere, con la promessa di restituirle integre, entro un mese. Favoloso.Io ho già fatto richiesta.
Insomma si annuncia una serata piena, da Shakespearealla Banti, passando per il risorgimento italiano e immagino obbligatoriamente da Napoli.

che cosa penso dell'amore

"Che cosa penso dell'amore? In fondo, non penso niente. Certo vorrei sapere cos'è, ma vivendolo dal di dentro, lo vedo in quanto esistenza, non in quanto essenza. (...) Se anche continuassi a discettare sull'amore per un anno intero, potrei solamente sperare di riuscire ad afferrare il concetto "per la coda": flashes, formule, espressioni a effetto sparse nel copioso fluire dell'Immaginario; io mi trovo nel posto sbagliato dell'amore, che è poi il suo punto di vista; dice un proverbio cinese: il punto più in ombra si trova sempre sotto la lampada"
Roland Barthes

tute di carta


“Ora, o noi risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei, credetemi… E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi…
Oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta
”.


ore 6.00
“Ciao Bruno”.
“Ciao Ale”.
“Ciao Ciccio”.
Ciao.
Trecento ciao.
Uno alla volta. Per sentirsi, per riconoscerci, per dimostrare che ci siamo.
Le scene di Ogni maledetta domenica scorrono a rullo sui monitor al plasma nei corridoi dei vecchi capannoni della Nuova Pomigliano. La voce roca di Ferruccio Amendola dà vita ad Al Pacino. Non siamo al cinema. Ma noi siamo così. Con le spalle imbottite, gli occhi neri e il parapalle sui testicoli. Siamo protetti, bardati da gommapiuma e lanciati verso la sfida, proprio come i giocatori dei Miami Sharks. La nostra partita, però, non si misura in centimetri, ma in minuti, in secondi. Siamo squali divorati dal tempo.

Mi chiamo Patrizio Cantone. Ho 31 anni e sono un operaio specializzato, assunto nell’agosto 2007 con contratto di formazione alla Fiat. Ho realizzato il grande sogno di ogni operaio del Sud: avere un posto alla Fiat. Ho fatto due corsi di formazione in Regione. Prima lavoravo come apprendista in un’officina di Somma Vesuviana, il mio paese. In officina, il capo mi pagava un mese sì e due no. Poi uno zio di mio padre, la buonanima, tramite un suo amico del sindacato, mi ha trovato questo posto. Mio padre era uno tosto della Cgil, quando lavorava in ferrovia.
Ho realizzato il sogno di ogni operaio meridionale e come tutti oggi mi trovo precario due volte: nel contratto e nella crisi, che sta travolgendo tutto.
È il gennaio 2009. Sono passati solo due anni dalla mia assunzione. Ma tutto è cambiato e la speranza è diventata condanna.
Mia madre quando esco di casa tutte le mattine ringrazia Dio che vado a lavorare. Io lo maledico, perché arrivati a questo punto è un lavoro senza futuro, un lavoro che ci dà solo l’illusione di poter tirare avanti. È l’ennesimo inganno. Per colpa di chi? Del Sud? Della crisi? Della politica? Io non sono bravo a dare la caccia ai colpevoli, vedo gli effetti, però. E l’effetto è che vado al lavoro, non produco nulla e so che è solo questione di tempo: la Fiat aspetta che il mio contratto scada, come uno yogurt nel banco frigo del supermercato sotto casa. E siccome non sono né un rivoluzionario, né un delinquente, ma semplicemente un operaio, non vedo vie d’uscita. Vedo solo un muro, a cui mi avvicino ogni giorno di più. Vedo il cesto dell’immondizia in cui verrà buttato il mio barattolino di yogurt.
Mia madre ogni 27 del mese, quando arriva la busta paga, piange di felicità. Io quei soldi non riesco neanche a spenderli tanto sono pochi. Non bastano mai. E la mia Citroën ha la radio rotta, la luce dell’olio sempre in rosso e i finestrini fissi. Avrei bisogno di andare dal dentista, ma continuo a rimandare. Ecco l’illusione dello stipendio. Ecco perché io il 27 del mese non riesco a essere di buon umore. La pensione di mio padre, ex ferroviere, a mala pena arriva a seicento euro. I miei mille e cento euro ogni mese fanno andare avanti la famiglia, comprano l’iPod a mia sorella Chiara e il cotone per i ricami di mia madre. Piccoli lussi per le mie donne. Almeno per loro. E io? Io vado avanti. Cioè vado, perché avanti non si può andare.
È un mese ormai che lo stabilimento è fermo. I colleghi, quelli anziani, quelli assunti a tempo indeterminato sono in cassa integrazione. Sono venuti al lavoro l’ultima volta tre settimane fa. La catena si è messa in moto per due giorni, per quarantotto ore. E poi si è fermata di nuovo, come se nulla fosse. Anzi, nulla c’è.
Io, invece, anche se non c’è niente da fare ci devo venire per forza a lavorare. Ho un contratto a termine e la casa integrazione non mi spetta. E come me altri trecento colleghi. Ma siamo alla deriva. Aspettano solo che i nostri contratti si esauriscano uno a uno. L’ho detto, la nostra partita si misura in minuti. È solo questione di tempo.

Ci vogliono 16 minuti per arrivare da casa mia ai cancelli di Pomigliano.
Mi alzo alle 5.30 tutte le mattine. Il caffè è pronto sul fornello dalla sera prima. Accendo il gas. E mi infilo i jeans e la felpa.
Cinquantadue secondi perché il caffé esca dalla piccola ciminiera della macchinetta. Cinquantadue secondi e un cucchiaino raso di zucchero. Sono le 5.31. Mi lavo la faccia e tiro le coperte sul letto. Alle 5.39 sono in giardino, alle 5.55 sono in fabbrica. Puntuale.
Anche stamattina sono qui. Puntuale. Al lavoro e disoccupato. Mi tolgo il giubbotto e i jeans, addosso ho ancora il pantalone del pigiama, perché in fabbrica, sotto la tuta bianca fa freddo. Piego tutto. Chiudo l’armadietto. Che sonno. Muoio di sonno.
“Ciao Patri’”, Nando mi dà una pacca sulla spalla e sorride, allargando le labbra in una guancia livida. Si tocca.
“Ahi, ahi, fa male, ma oggi gliele suoniamo noi”.

ore 6.30
La mia tuta è bianca, linda, sembra stirata. E il baschetto giallo luccica. Sono nel mio reparto. Assonnato, ma pronto.
È tutto fermo. Un hangar di trecentocinquanta metri quadrati, silenzioso e intorpidito.
Ovunque sulle pareti (ce n’è una perfino nel bagno), le scritte “La Nuova Pomigliano", con la "N" bella grande e colorata di rosso.
Torno nel corridoio.
Ho bisogno di un caffè.
Il vezzo dei monitor con le scene del film di Oliver Stone e le scritte, risalgono esattamente a un anno fa. In fabbrica arrivò Sergio Marchionne e con lui un nuovo direttore, uno della Sicilia, con accento del nord e il nome che ricorda quello di una pasta del sud, l’ingegner Sebastiano Garofano. “Lo stabilimento peggiore d'Italia diventerà il primo” disse il grande capo. E Garofano: “Per migliorare la produttività, che è al meno 47 per cento, si comincia dalle regole di comportamento”. Eravamo in seimila allora e ci misero tutti sui banchi di scuola per un corso di formazione, che era più che altro un corso comportamentale. Ci volevano insegnare le buone maniere, il rispetto degli orari, la qualità del lavoro, l’onestà. Perché noi eravamo i peggiori d’Italia. Eravamo napoletani.
Una domenica sono venuti pure i fratelli Abbagnale, per l’incontro con le famiglie, per rendere la fabbrica un posto in cui sentirsi a casa, in cui divertirsi. Ah, ah…ah.

“Patrizio, di buon umore stamattina...”. Silvietta mi abbraccia, afferrandomi alle spalle, e interrompe il flusso di pensieri e ricordi. Mi volto e la guardo. Anche lei perfetta, linda, immacolata nella sua tuta bianca. Anche lei con la voglia di caffè, per non addormentarsi.
“Allegro? Una Pasqua, Silvie’. Oggi che propone il programma?”
Mi scosta. Si avvicina alla macchinetta e preme il pulsante: Lungo. Non si sa bene cos’è, ma è una brodaglia, scura calda... lunga. Un’eresia chiamare caffè quello che finisce nel bicchiere .
Ha un bel culo Silvia e un sorriso chiaro. È piccoletta, ma niente male, pure sotto la tuta.
“Volevamo riverniciare di giallo le tubature del padiglione 7”, mi dice.
“Di giallo?”
“Sì abbiamo della vernice che ci avanza. E poi è un colore allegro”.
“Ammm…”. Bevo un sorso di sbobba calda al profumo di caffè bruciato.
“Sei dei nostri?”
La pittura gialla mi fa venire in mente il canestro.
Abbiamo montato un canestro nel capannone delle lastrature e disegnato, con la pittura gialla, l’area di tiro. Silvia è l’arbitro ufficiale, tiene il conto del tempo e segna i punti. Gaetano, ‘o poll’, ha giocato a basket nelle giovanili, a livello regionale. Ci ha insegnato le regole e anche i falli da fare.
Nessuno ha mai visto un canestro in una fabbrica. Marchionne direbbe che “siamo davvero i peggiori d’Italia”. Ma infondo sono tre linee gialle e un canestro. Non è un reato. E sono stati loro a dirci che la fabbrica è un posto dove divertirsi. Da una settimana io arrivo al lavoro e non faccio altro che pensare alla partita dell’una. L’ultima ora di lavoro.
Ma ora siamo ancora alla prima e torno alla realtà
“Mah, Silvia, c’è una riunione stamattina. Quelli del sindacato hanno delle cose da dirci. Vorrei andare. Per capire”.
“Io non ci sto più dietro. Se ce la fai ci raggiungi, così mi racconti anche cosa dicono quelli del pane e le rose”, mi fa un sorriso smorfioso, con gli occhi da gatta cattiva, che sbucano da dietro la spalluccia alzata. Si volta. E si allontana.
“A dopo…”, taglio corto senza rispondere allo sguardo. Non mi va di scoprirmi. Mi piace Silvia. Assai. Ma non rispondo allo sguardo. Non oggi. Non in questo momento in cui continuo a sentirmi un vasetto di yogurt, molto poco maschio.


continua ....

E'l'incipit del mio racconto per QUI SI CHIAMA FATICA. Storie, racconti e reportage dal mondo del lavoro, edito da L'ancora del Mediterraneo.
L'antologia, curata da Riccardo Brun, sarà presentata oggi pomeriggio alla libreria Ubik di Napoli, ore, 18.

il potere e la coppia

Ieri sera primo appuntamento per i dialoghi in casa dell’Arte della felicità. In una casa stratosferica di via Foria, a Napoli, ci siamo ritrovati io, Cristina Donadio e Raffaele Di Florio. Assente Valeria Parrella, resa afona da una brutta influenza.
Tema della serata: il potere, declinato al maschile e al femminile. Punto di partenza “Ciao Maschio”, il testo teatrale scritto da Valeria Parrella e messo in scena da Cristina Donadio, con la regia di Raffaele Di Florio.
Proiettiamo il trailer dello spettacolo e cominciamo la nostra discussione partendo dal testo e dalla vita della protagonista che in un momento di passaggio (ha subito un’operazione e non sa se supererà la notte) incontra le proiezioni di tutti gli uomini della sua vita. Uomini che lei divide in uomini “dell’accoglienza” e uomini della “libertà”.
In sala c’è un'attenzione distorta. In molti non hanno letto il libro né visto lo spettacolo. Perciò cerchiamo di allargare il dialogo alla felicità e al potere. Raffaele, unico uomo tra due donne, chiarisce subito la sua posizione: “Non credo che all’interno di una coppia ci sia un gioco di potere, mi piace pensare che ci sia un gioco di possibilità date e ricevute”.
Ed ecco il giro di boa, salta tutta la discussione su potere maschile e potere femminile (la platea non è minimamente interessata a questa sfumatura del problema) e la serata vira sul potere della coppia, intesa in tutte le sue vite (uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo), su chi esercita il potere e chi lo subisce e chi tra i due è colui che davvero ha il controllo del rapporto amoroso. Discussione sottile, affascinante che si è conclusa, grazie alla presenza scenica di Cristina Donadio con un intenso monologo.

L’attesa
L’attesa è un incantesimo: io ho avuto l’ordine di non muovermi. L’attesa d’una telefonata si va così intessendo di una rete di piccoli divieti, all’infinito, fino alla vergogna: proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto, addirittura di telefonare (per non tenere occupato l’apparecchio); per la stessa ragione , io soffro se qualcuno mi telefona; l’idea che di lì a poco dovrò uscire, correndo così il rischio di essere assente al momento dell’eventuale chiamata riconfortante, del ritorno della Madre, mi tormenta. Tutti questi diversivi sono dei momenti perduti per l’attesa, delle impurità d’angoscia, poiché nella sua purezza, l’angoscia dell’attesa esige che io me ne stia seduto in una poltrona con il telefono a portata di mano, senza fare niente.

da Frammenti di un discorso amoroso (Einaudi), di Roland Barthes,

Piccola nota su "Frammenti di un discorso amoroso", tra entusiastie criticie’ un libro da tenere in libreria (assolutamente) e da sfogliare a distanza di mesi, di anni.

21 marzo

Nessuna potenza.
Nessuna sfumatura.
Nessun colore.
Un cielo senza volto preme sulla città.
Incapace di partorire sole nè tempesta.
Non ci sono grinze tra le nuvole.
La luce senza vie di fuga avvizzisce.
E' primavera.

l'eccellenza delle donne tra farsa e vittimismo

Mi preparo ai dialoghi per L'Arte della Felici. Domani incontrerò Valeria Parrella, Cristina Donadio e Raffaele Di Florio per discutere di "Donne e potere".

Intanto ecco l'intervento di Luisa Muraro, che sarà domani al museo Diego D'Aragona Pignatelli Cortes (dalle 10 alle 12) di Napoli, insieme con Ida Dominijanni e Sofia Ventura.
La Muraro è decisa e chiara. Alle donne chiede di non trincerarsi dientro al comodo vittimismo. E agli uomini lancia una provocazione: la parità tra i sessi? No grazie, se vuol dire omologarci al vostro sistema di valori. Per la Muraro, così, la vera svolta negli equilibri di potere donna-uomo, a metà strada tra il vittimismo e la farsa, è il riconoscimento dell'eccellenza femminile (e badate bene non la superiorità).

Fino a ieri dicevo: la parità fra i sessi è un miraggio. Adesso comincio a pensare che sia una farsa. Bisogna credere e far credere che, se le donne non occupano gli stessi posti degli uomini, non hanno le stesse cariche, non scelgono gli stessi mestieri, non mirano agli stessi traguardi, questa sarebbe la prova provata di una discriminazione ai danni delle donne. Dirsi semplicemente che le donne, forse, non vogliono perché, forse, hanno altre priorità, è un´ipotesi così azzardata che nessuna politica di professione osa formularla. Qualche sociologa sì, ma cautamente. Perciò, con la più grande serietà del mondo, si pubblicano statistiche da cui risulta che, quanto a condizione femminile, l´Italia è più arretrata del Vietnam e del Ruanda. Ma perché una simile farsa? La risposta che mi si presenta è semplicemente questa: bisogna continuare a far finta che le donne siano inferiori agli uomini. Non più per natura, come si diceva una volta, ma per discriminazione.
È tempo di smetterla con questa commedia pseudofemminista. Cominceremmo così a guadagnare tempo per affrontare i problemi reali che si pongono. Uno è quello dell´attaccamento maschile al potere. Non il fatto della mancata spartizione del potere, fifty/fifty, fra uomini e donne, ma l´attaccamento che gli uomini hanno al potere è il vero problema. Occorre dirlo? Gli eletti che siedono nel nostro parlamento sono i vincitori di una gara in cui masse di maschi si mobilitano, intrigano e premono: inevitabile che le femmine, poche in partenza e meno motivate, risultino tanto meno numerose. Se fosse un vizio morale, potremmo cercare i modi di correggerlo, così come si è corretta l´avarizia o la gola. Ma l´attaccamento maschile al potere è una questione d´identità. Lo veicolano i modelli correnti della virilità. (...)
«L´arroganza con la quale il discendente delle scimmie si è messo a capo del mondo e ha impresso alla maggioranza delle cose il timbro della sua natura, deve riempire di sdegno», ha scritto una pensatrice viennese che Nietzsche prese a detestare perché lei aveva smesso di dargli ragione. Questa pensatrice, Helene von Druskowitz, fu chiusa in manicomio, ma oggi c´è chi le darebbe ragione, anche fra gli uomini. Qualcosa sta cambiando. Oggi l´antropologia parla di una debolezza costituiva del maschile, che fino a ieri si è nutrita di presunta superiorità sul femminile e sulle donne. Oggi vi sono uomini che promuovono una presa di coscienza della differenza maschile non più complice dei modelli patriarcali di virilità. Ne parla un libro uscito da poco, Essere maschi. Tra potere e libertà di Stefano Ciccone (Rosenberg e Sellier, 2009).
Ma la farsa continua e mette in circolazione rappresentazioni diminuite e caotiche delle donne. (...) Per finirla, bisogna sgombrare il campo dai discorsi della parità per fare posto a un franco riconoscimento dell´eccellenza femminile. Dico eccellenza, non superiorità, e penso specialmente al rapporto con il potere e con i soldi, che sono il suo mezzo principale. La maggioranza di noi non li mette davanti alle relazioni, agli affetti e all´amore. Anche qui, non mi pronuncio sulla natura di questa eccellenza, la constato. E la dichiaro, come ho detto, perché finisca una finzione, quella delle donne sempre vittime d´ingiustizia e sempre in cerca di parità con gli uomini, finzione di cui è diventato evidente che fa da alibi. A che cosa e a chi, oggi?
La risposta a questa domanda è lunga e io mi limito ai sommi capi. C´è un bisogno identitario maschile di superiorità, non più confessabile ma tenace. C´è, per le donne, la rendita del vittimismo. C´è una politica paternalistica di sinistra che non si rinnova. C´è la fatica della presa di coscienza che la realtà storica di oggi richiede agli uomini, come mostra bene il libro Essere maschi. C´è la comodità femminile (in questa faccenda le donne hanno un posto non trascurabile) di fare una politica complementare a quella degli uomini: l´Europa è una miniera di posti e di soldi per donne che fanno la politica paritaria.
Ma c´è dell´altro ancora. La storia si è sviluppata in una singolare forma capovolta, che fa delle donne il secondo sesso e il sesso debole. Simili capovolgimenti non sono rari nella realtà umana, che è impastata nel linguaggio, cioè nell´arbitrario, pensate solo a certe figure retoriche per cui si dice meno per dire di più. In questa rappresentazione capovolta, l´uomo di sesso maschile viene prima in ogni senso della parola, anche biologico. Ed è una rappresentazione che da Aristotele è andata avanti arrivando fino a Il secondo sesso (1949) di Simone de Beauvoir. Arriva fino a lì e lì finisce: in ciò è la difficoltà di questo grande e ambiguo libro, un Giano bifronte. De Beauvoir ha detto: donne si diventa, non si nasce, in accordo non deliberato con la teoria aristotelica della differenza sessuale. È vero il contrario, invece, con ogni evidenza per noi: donne si nasce, perché nasciamo tutti da donna, e uomini si diventa. A quale esigenza profonda obbedisce il primato rivendicato dal sesso maschile che ai nostri giorni alimenta la farsa della parità fra i sessi?
Devo dire che si ha un sacrosanto timore a mettere mano su quello che potrebbe essere il sottosuolo del precario equilibrio del sesso maschile. Ma non occorre spingersi a quelle profondità, non con un discorso pubblico. Ed è di questo che stiamo trattando, della vita pubblica e specialmente della politica, di cui è urgente modificare le forme, come molti ormai ammettono. Un criterio per questo cambiamento è che vita pubblica e vita politica siano praticabili con agio da donne e non esigano che mettiamo al secondo posto le nostre priorità. Il massimo dell´autorità con il minimo di potere, è una formula da noi escogitata per regolarci nelle situazioni di disparità: ecco un altro criterio per restituire la politica al suo compito, che vi abbia corso autorità femminile. Come arrivarci? Con le donne. Il principio di uguaglianza è irrinunciabile ma oggi domanda di essere interpretato dalla consapevolezza condivisa della eccellenza femminile. Perciò invito donne e uomini a renderle testimonianza così che possiamo renderla operante nella vita pubblica.
Mi ha incoraggiata a fare questo passo una notizia apparsa recentemente sui giornali. La notizia parla di una mobilitazione internazionale, che ha preso le mosse dalla Fondazione Rita Levi Montalcini, perché il premio Nobel della pace sia assegnato, l´anno prossimo, alle donne africane. "Nobel Peace Prize for African women" è il nome della campagna. Il futuro della Terra è nelle loro mani, dicono insieme ad altre cose molto giuste. Ebbene, in questa singolare proposta si affaccia una verità vicina ad essere detta, quella di una eccellenza femminile che ha contribuito fin qui, in maniera decisiva, a custodire la vita sulla terra e della Terra. Che si tratti dell´Africa nera, anche questo è significativo, poiché qui, dicono, si sono trovati i resti della prima donna, Lucy, da cui discenderebbe l´intera umanità
.
Luisa Muraro

legalità = zeppole

Oggi le scuole di Napoli e di tutta la Campania sono chiuse. E' festa.
Perché? Non è per San Giuseppe, nè perché è la festa del papà (anche se in molti daranno sbrigativamente questa spiegazione. Sia alunni che insegnanti).

"Tutte le scuole sono chiuse per ricordare il sacrificio di Don Peppe Diana". Lo rende noto l'assessore regionale all'Istruzione Corrado Gabriele, che ha inteso trasformare il 19 marzo in una "ricorrenza di impegno civile".

Mi chiedo: ma l'impegno civile si ricorda facendo festa a scuola? Legalità vuol dire rimanere a casa a mangiare zeppole?

quando ti verrà voglia di volare....

La via d'uscita dalla terrazza era poco sorvegliata, per il semplice motivo che arrivare da lì sulla strada era un'impresa piuttosto complicata. Bisognava essere brave in tre cose: arrampicarsi, saltare, atterrare con grazia. La maggiorparte delle donne era in grado di arrampicarsi e saltare con una certa abilità, ma non molte sapevano atterrare con grazia. Perciò, di tanto in tanto, qualcuna tornava a casa con una caviglia fasciata, e tutte le altre capivano subito cosa aveva combinato. La prima volta che tornai giù dalla terrazza con le ginocchia sanguinanti, mia madre mi spiegò che il problema principale, nella vita di una donna, era di escogitare il modo migliore di atterrare. "Ogni volta che stai per imbarcarti in un'impresa" disse " devi pensare non a come spiccherai il volo, ma a come arriverai a terra. quindi quando ti verrà voglia di volare, pensa a come e dove andrai a cadere".
da "La terrazza proibita. Vita nell'harem", di Fatema Mernissi, Giunti editore.

La terrazza proibita è una storia lontana nel tempo e nello spazio per noi donne occidentali. E'ambientata a Fez negli anni '40. Ma è anche un racconto attualissimo. Delicato. Forte. Magico.
E' un libro sulle donne, sui loro hudùd, confini, sul potere subito ed esercitato, sulla magia, sull'importanza delle parole, su storie narrate, tramandate e condivise, sulla forza davanti alle avversità e sulla bellezza.
E' un libro sulla felicità.
Un libro in cui ognuna di noi scopre di avere piccole ali...un talento nascosto, un dono speciale... per poter spiccare il volo anche se la porta dell'harem dovesse rimanere chiusa, anche se i confini della nostra vita e le regole della quotidianità sembrano invalicabili.

* Nota. Foto scatatta a una bimba nel dedalo della medina di Meknes.

qui si chiama fatica

QUI SI CHIAMA FATICA Storie, racconti e reportage dal mondo del lavoro.
Operai licenziati accampati sui tetti delle fabbriche, immigrati schiavizzati nelle campagne, giovani derubati della speranza di un futuro migliore: donne, uomini, ragazzini, famiglie intere alle prese con il lavoro che non c’è e con la difficoltà di riannodare i fili delle proprie vite, in una terra che esprime con maggior forza rispetto al resto del Paese la tendenza a marginalizzare le esistenze. Otto viaggi per raccontare il mondo del lavoro, fra narrativa e reportage. Otto sguardi diversi ma intimamente partecipi, alla ricerca di un bandolo da cui partire per sbrogliare la matassa di quella che qui da noi si è sempre chiamata fatica.
Ne viene fuori una raccolta di voci vere, inattese e inaspettate, a costruire i primi tasselli di quel puzzle imprescindibile che è il mondo del lavoro oggi, un puzzle con cui ogni strategia di riconquista del futuro dovrà fare i conti.


Antologia a cura di Riccardo Brun.
Gli Autori:Francesco Ceci, Raffaelle R. Ferrè, Mario Gelardi,Valerio Lucarelli, Ciro Marino, Carmen Pellegrino, Luigi Pingitore, Cristina Zagaria.
Casa Editrice: Ancora del Mediterraneo.

Il mio racconto: "Tute di carta", un viaggio in una giornata di lavoro dei lavoratori della Fiat di Pomigliano d'Arco.

La prima presentazione è martedì prossimo, 23 marzo 2010, appuntamento alle 18 alla Libreria Ubik, di via Benedetto Croce a Napoli,

quattro auto rosse: è una bella giornata

La mattina seguente sul pulmino della scuola incrociammo 4 auto di colore rosso una dietro l’altra, che voleva dire che quella sarebbe stata una Bella Giornata. (…). Il Signor Jeavosons, lo psicologo della scuola, una volta mi chiese perché quattro auto rosse una infila all’altra indicavano una bella giornata, tre auto rosse una Giornata Così Così, e 5 auto rosse una giornata Straordinaria, mentre quattro auto gialle una Giornata Nera, ovvero una di quelle giornate in cui non parlo con nessuno e me ne sto seduto per conto mio a leggere, non tocco cibo e Non affronto Rischi.
Disse che era ovvio che possedevo uno spiccato senso logico, e che pertanto lo stupiva molto il fatto che ragionassi in maniera così poco logica.
Dissi che mi piaceva che le cose seguissero un ordine preciso. E che uno dei modi per far seguire alle cose un ordine preciso era essere logici. Specialmente quando si tratta di numeri o di una discussione. Ma che c’erano altri metodi per dare un ordine alle cose. Ed ecco perché nella mia vita c’erano le Belle Giornate e le Giornate Nere. Aggiunsi che quelli che lavorano in ufficio si sentono felici se splende il sole quando escono la mattina, oppure tristi se piove, ma che il tempo atmosferico , visto che stanno chiusi in ufficio tutto il giorno, non dovrebbe aver niente a che vedere con il fatto che quella sia una bella o una brutta giornata
.

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, di Mark Haddon, Einaudi.

E' un libro delicato, divertente, perfetto come un'equazione matematica. E dopo averlo letto ho cominciato a contare le macchine. Trovane quattro rosse di fila, oggi, è difficilissimo, ma quando accade....è davvero una BELLA GIORNATA. Provateci.

felicità e potere


Potere e felicità.
Due parole. Due mondi. Due esperienze.
Parte la sesta edizione dell'arte della felicità. Oltre cinquanta gli ospiti internazionali tra filosofi, scrittori, psicologi, artisti, sociologi, antropologi, scienziati e uomini di religione, tra i quali Remo Bodei, Sebastiano Maffettone, Aldo Masullo, Adriano Sofri (con una videointervista), Stefano Bartezzaghi; i monaci zen vietnamiti Thich Nhat Hanh e Sister Chan Khong, Marco Pesatori, Luigi Lombardi Satriani, Aldo Schiavone, Giuseppe Ferraro, Augusto Sabbadini; Alex Zanotelli, Mario Martone, Valeria Parrella.
Dal 17 al 28 marzo si cercherà di scoprire gli universi della feliticà e del potere in luoghi diversi di Napoli: musei, edifici monumentali, teatri, ma anche case private, dibattiti, proiezioni e una notte bianca di cinema.
E' un' occasione. Anzi un lusso, per fermarsi a pensare e per discutere.
Un'esperienza che vivrò in prima persona, come moderatrice, in tre incontri in casa, dove cercherò di trovare la giusta rotta tra ospiti, sentimenti, emozioni.

Domenica 21 marzo
Ore 21.00 – 23.00
Ciao Maschio
Cristina Donadio (attrice)
Valeria Parrella (scrittrice)
Raffaele Di Florio (regista)

Martedi 23 marzo
Ore 21.00 – 23.00
Potere e dolore
Vincenzo Montrone (primario terapia del
dolore – Ospedale Cardarelli di Napoli)

Ore 21.00 – 23.00
Il giardiniere
Mario Martone (regista)

Per ora una riflessione flash, nata dalla semplice ricerca etimologica delle due parole, che mi ha portato a stravolgere la convinzione secondo la quale il potere è qualcosa di esterno (il potere politico, sul luogo di lavoro, il potere dei soldi o della bellezza), mentre la felicità è qualcosa di intimo.

Felice, da felix/feo, rpuco, fecondo. Cioè essere felici vuol dire produrre felicità, condividerla, recare vantaggio e benessere. Vuol dire essere "fertili". Per la prima volta insomma penso alla felicità come ad una dimensione che si apre al mondo.
Al contrario il potere (dalla radice -Pa) ha in sè il senso di poteggere-dominare ed ecco che il vero potere può diventare il "potere su se stessi", la presa di coscienza delle proprie possibilità.
Insomma....pensieri in libertà, in attesa dei prossimi appuntamenti e di quesro mese di marzo dedicato alla felicità e al potere.

tu lo sai perchè un corvo asssomiglia a una scrivania

"Tu lo sai perché un corvo assomiglia a una scrivania?"
La domanda è un ritornello che scandisce Alice in Wonderland di Tim Barton.
"Perché entrambi hanno le penne!", risponde con naturalezza all'uscita del cinema un mio amico, rispondendo alla domanda che continua a rimbalzare - a vuoto - nella mia testa.
Io non so se è la risposta giusta, quella di Lewis Carrol, perché credo di non aver mai letto il testo originale di Alice nel Paese nelle meraviglie, ma un testo riadattato per ragazzi. Però, poco importa se è la risposta "giusta". E' una risposta perfetta e assurda proprio come tutto il paese di Alice. E' una risposta che riempie uno dei tanti buchi di questo film gotico, divertente, con piccole-grandi trovate (innate in Tim Burton), ma un po' pasticciato, con draghi-Ciciarampa e spade-Bigralace. Peccato.
Anche se, nonostante la delusione, rimane la magia della vita e del paradosso e delle scrivanie con le "penne" come i corvi.

aung san suu kyi esclusa dalle elezioni

Il governo militare della Birmania ha promulgato una nuova legge elettorale e obbliga la Lega nazionale per la democrazia (Lnd) a escludere la sua presidente Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione birmana, agli arresti domiciliari.
La legge prevede infatti che chiunque sconti una pena detentiva non possa appartenere ad un partito politico. E ad agosto del 2009 il premio Nobel per la pace fu condannataa 18 mesi di arresti domiciliari.
E se da un lato Suu Kyi non può puntare neanche all'elezione a capo dello Stato, in quanto è stata sposata con un cittadini straniero e suo figlio ha il passaporto britannico, se l'Nld a sua volta vuole schierare candidati dovrà espellere il premio Nobel per la pace dai suoi ranghi.
Non c'è via d'uscita?
Insieme alla premio Nobel per la Pace sono esclusi altri 2.100 prigionieri politici, secondo quanto pubblicato sui media locali.

il posto

Il «posto» è agognato, ricercato, difeso con coltelli e spranghe. Il «posto» è lo spazio che occupa un essere umano davanti al portone centrale della Chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini, al Vomero. Lo spazio necessario per chiedere l’elemosina. Seimila fedeli ogni domenica, 200 euro di elemosine a mendicante. E loro, i questuanti, sono pronti a tutto, per difendere quel «posto». Domenica due nigeriani si sono accoltellati tra i parrocchiani.
L’aggressione è avvenuta sul sagrato della chiesa di piazza degli Artisti: uno dei mendicanti storici della domenica ha accoltellato un ragazzino di 17 anni, che cercava di racimolare qualche spicciolo del grande business. Entrambi nigeriani. «Il ragazzo ha riportato una ferita da arma da taglio dalla nuca al collo — racconta il parroco di San Giovanni Battista dei Fiorentini — Lo abbiamo medicato in sagrestia, perché quando abbiamo tentato di chiamare il 118 ha avuto una crisi di nervi. Era magrissimo e spaurito».
Proprio il parroco chiede aiuto e vigilanza. «Ogni domenica davanti al portone si ammassano 12-13 questuanti, alcuni gentili, altri violenti. Io sono per la carità e l’accoglienza ed è questo che predico, ma se la povertà diventa violenza e crimine ho bisogno di aiuto».
Il «posto» davanti alla chiesa che la domenica ha quattro funzioni (e ad ogni messa intervengono oltre mille fedeli,) è un posto d’oro. «Ogni domenica passano 6000 fedeli e ogni mendicante guadagna anche 200 euro — spiega il parroco — Da qui si capisce la violenza». Domenica il parroco ha chiamato i carabinieri. Una pattuglia è arrivata e i questuanti sono scomparsi nel nulla. Ma quando la pattuglia è andata via, sono tornati di nuovo tutti lì, al proprio «posto».

8 marzo, infiniti paradisi






8 marzo. Napoli.
Quando piove vendono ombrelli, trascinati in passeggini sfondati. Oggi piovono mimose. I volti sono gli stessi. Attraversano le strade della città avanti e indietro. Instancabili. Presenti. Con lo sguardo sfinito e i piedi che continuano ad andare.
Oggi è festa. Ma di chi è la festa? Di chi è il business?

mimose per Armida


Sulmona, 8 marzo 2000

“Ho finito le sigarette”.
Otto di sera. Giornata pesante. Ma Armida ha finito di lavorare. L’inverno ha concesso una giornata di tregua. L’aria è dolce. Non fa ancora caldo, però i cielo è sgombro e la neve intorno a Sulmona comincia a ritirarsi. Una giornata che mette buon umore, come tutte le prime giornate di qualsiasi primavera.
“Ho finito le sigarette”, ripete da sola. Cerca nella borsa, nei cassetti. Lascia l’ufficio e prova nel suo appartamento. Lei non rimane mai senza sigarette.
“Stai diventando vecchia , cara Armida”. È davvero di buon umore se parla da sola. Ha quasi quarantaquattro anni e, da qualche mese un uomo: si chiama “P”. E’ un collega.
È sposato. Sì, è sposato. Forse è il suo destino incontrare uomini già impegnati. Ma Armida non vuole fare paragoni. È solo una banale coincidenza. E poi P. non ha intenzione di lasciare sua moglie. Tanto non la vede mai. Lei del carcere non capisce niente. Non può capire. Fa la maestra o qualcosa del genere.
Si sono conosciuti a Sulmona. Sono nello stesso ufficio. Anche se ora Armida fa la spola tra Sulmona e Roma . Alfonso Sabella è il numero uno dell’ufficio ispettivo del Dipartimento. E in ricordo dei vecchi tempi a Palermo, la chiama spesso.
(….)
Anche se ora c’è “mister P”. E il lavoro scolora in secondo piano. Lui le ha fatto una corte serrata. Era tanto che non la corteggiava nessuno. Era tanto che non si sentiva donna. All’inizio l’ha respinto, per abitudine e per pigrizia. Ma lui ha insistito, caldo presente, forte. E Armida aveva tanto bisogno di forza.
È sposato, ma che me ne frega, si è detta. Ho voglia di un uomo. Non di amore. Né di un compagno. Si guardava nei suoi occhi e si piaceva. E P. ha vinto ogni sua resistenza. Hanno fatto l’amore- si può chiamare amore? – nella sua stanza d’albergo. Un amore animale. Dieci anni di solitudine, rabbia, paura hanno trovato sfogo in una notte, e poi in un’altra, in un’altra ancora.
“Sei una bomba Miserere”, le dice e lei si sente di nuovo forte. Perché lo domina.
(…)
Armida non si aspetta niente da lui. Ma alla fine ci sta male. Il corpo si è sfogato. La voglia è sazia. E il cuore? È ancora più vuoto. Ha provato a fare sesso come un uomo, senza impegnarsi, senza sentirsi coinvolta. Infondo sono dieci anni che vive e lavora da uomo. Ma è diverso. Piano piano a P. si è affezionata. Comincia a sbirciarlo mentre dorme, mentre si infila la camicia e annoda la cravatta. Non prova tenerezza, ma le piace quella figura familiare che si aggira per casa. Ecco, con P. è sempre così. Stava cercando le sigarette e il pensiero è corso a lui.

Infila gli spiccioli nella fessura di metallo del distributore automatico, a due isolati del carcere. Tintinnano. L’ultimo è appena arrivato sul fondo, che già scivola giù un pacchetto di sigarette da uomo. Super senza filtro. Duecento lire di resto. Armida tira subito il filo, toglie la plastica trasparente e apre il pacchetto. Un colpo ed esce la prima sigaretta. La più buona. Come la prima boccata. Lei non ama le sigarette. La cosa che adora è accenderle. È il gesto. Il pensiero: Ora mi accendo una sigaretta: ora dedico a me stessa tre minuti. Poi le sigarette si susseguono l’una dopo l’altra , senza minuti di pausa, senza attimi dedicati, ma non importa. Il gesto rimane un rito. E quella di stasera è molto buona. Torna a casa. P. non ha telefonato. Strano, oggi è la festa della donna. Forse pensa che festeggio anch’io. Dal cielo scendono piccole palle gialle. È suggestione. No è il vento che porta una pioggia di fiori di mimosa su Sulmona. Armida accende la sigaretta e si incammina verso casa. Qui può essere una donna vera, senza mimose. Felice, perché oggi nessuno le ha fatto gli auguri. Forse è salva. Torna a casa. Si sente vento, perché soffia e perché lei passa, passa sempre senza legarsi alle persone, per non amarle, per non soffrire ancora quando le perderà. Si sfila le scarpe, le calze, i pantaloni…li lascia per terra in bagno, come un lungo serpente di pelle umana. Apre i diario. Solo due righe:
“Vorrei amarmi, uccidermi e rinascere. Ma, pazza, vado in giro per la vita chiedendo: chi vuole comprare un’anima?”

da Miserere, vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello stato, (Dario Flaccovio Editore), pagine 222-226

la guerra delle mimose


Oggi è domenica. C'è più tempo per leggere i giornali. Fuori fa freddo e il cielo è di un'unica tonalità di grigio gelido (sembra tornato l'inverno). Così dopo pranzo mi spalmo su una poltrona circondata di quotidiani.
Il risultato della mia rassegna stampa è: Oddio è in corso una battaglia della mimosa.

Repubblica e La Stampa glissano entrambi sulla festa della donna.Nessun accenno. Neanche una citazione letteraria o una pagina glamour di tendenze al femminile. Niente. Per i due giornali evidentemente l'8 marzo e le lotte femminili sono "out".
L'Unità invece ha uno speciale, con una campagna contro la violenza, un fondo del direttore, un articolo di Nicla Vassallo (docente di filosofia teoretica a Genova) e una panoramica sui libri in uscita dedicati alle donne.
Anche il Corriere della Sera ha una pagina dedicata all' 8 marzo, con la proposta di Caterina Soffici che invita le mogli, le madri e tutte le donne allo sciopero...immaginando il prevedibile collasso dell'ordine costituito. Ma l’articolo che ho letto con curiosità e attenzione è quello di Maria Laura Rodotà: Riprendiamoci le mimose

Le donne, per i loro diritti, hanno sempre dovuto combattere. E ogni volta sono state ridicolizzate. Si cercherà di ridicolizzare anche questo 8 marzo, sicuro. Ci saranno fesserie in tv e frasette politiche di circostanza. La maggioranza delle femmine lo ignorerà, o andrà stancamente con le colleghe in pizzeria. Ma non è il momento di essere stanche. (...)
Patetiche lo siamo già. In mondovisione, grazie alla nostra velinizzazione virale e alle imprese del premier. Nella rappresentazione dei nostri media. Nella vita quotidiana, al lavoro e in casa. Ci sentiamo patetiche perché ci danno valore solo in base all’età, all’aspetto e all’acquiescenza. Ma anche il dismettere la festa delle donne in quanto concessione a un genere minore (tipo Giornata del Cane), a questo punto è un segno di acquiescenza. Bisognerebbe ammettere quanto terreno abbiamo perso; dire che quasi tutte sono, in qualche modo, discriminate. E rendere questo 8 marzo una giornata dell’orgoglio femminile
.

Così scrive la Rodotà, che invita tutte le donne ad appuntarsi domani un rametto di mimosa sul corpetto o tra i capelli.

Insomma è la guerra delle mimose?
Per strada a Napoli, c'è un pachistano con un cesto di mimose ad ogni semaforo. Questa è un'altra guerra delle mimose.
Sono d’accordo. Ignorare e minimizzare è sempre un sintomo di debolezza. Sono d’accordo con la Rodotà che dice “siamo patetiche” e che “abbiamo perso terreno”, e sono anche disposta domani a comprare un mazzetto di mimose da esibire.
Insomma voglio riprendermi le mimose. Ma non solo l’8 marzo. Non le voglio esibire solo domani. Non voglio la mimosa contro un'Italia misogina o perché sono arrabbiata. Oltre l’esibizione voglio fare. Sono stanca dei simboli.Voglio essere donna, con tutti i pro, i contro, le lotte e le campagne, con la consapevolezza di esserte una patetica donna in un Italia di veline ed escort e la voglia di non essere solo questo.

editori a pagamento: ecco la lista

A sollevare il velo sugli editori che pubblicano a pagamento è Loredana Lipperini. La riprende Angolonero e io passo parola: ecco la lista degli editori a pagamento.

i finalisti al Bancarella 2010

Sei i libri finalisti al Premio Bancarella 2010, che verrà assegnato il prossimo 18 luglio a Pontremolesi , Comune della Lunigiana.
Quattro italiani e due stranieri, i sei finalisti (e dunque già vincitori del Premio Selezione Bancarella), sono Mimmo Gangemi con 'Il giudice meschino' (Einaudi), l'americana Elizabeth Strout con 'Olive Kitteridge' (Fazi), Federica Bosco con 'S.o.s. amore' (Newton Compton), Vauro Senesi con 'La scatola dei calzini perduti' (Piemme), Rosa Mogliasso con 'L'assassino qualcosa lascià (Salani) e il gallese Bill James con 'Confessione' (Sellerio).

il seno rifatto...e gli uomini...e le donne...

In questi giorni a ridosso della fatidica (e tropppo spesso inutile) festa della donna, sto prestando più attenzione alle agenzie sulle donne, per cercare di capire in che direzione stiamo andando, noi donne, prima di tutto. Prima delle feste, dei seminari e delle campagne per le "pari opportunità". Così tra le miriadi di agenzie sulle miriadi di iniziative (dalle Cento scatole rosa ai musei gratis, dai seminari nelle Università alle iniziative di Governo, Comuni, associazioni) alla fine mi sono fermata su un'Asca, che non c'entra niente con l'8 marzo, ma che c'entra - molto - con la domanda: "in che direzione stiamo andando noi donne?"
La riporto.

SALUTE: IL SENO RIFATTO NON PIACE AGLI UOMINI, 37% RESTA INDIFFERENTE =

(ASCA) - Roma, 4 mar - Le donne possono tirare un sospiro di sollievo: non c'e' bisogno di ''tagliare'' sulle cosce, ''scolpire'' l'addome e ''gonfiare'' il seno per riscuotere successo. Agli uomini piace il corpo di cui madre natura le ha fornire. Imperfezioni comprese.
I dati arrivano dal sondaggio ''Uomini e chirurgia plastica'' del Villa Borghese Institute. Secondo il sondaggio il 37% degli uomini resta indifferente al seno rifatto, al 31% non piace la chirurgia estetica, il 9% preferisce il seno piccolo mentre per il 21,51% un seno rifatto e' piu' sexy, in parte perche' coincide con un immaginario ancestrale.
Insomma, una donna puo' essere sexy anche naturale, con il suo seno imperfetto, con la sua cellulite, con il corpo normale. Che sia rifatto o no all'uomo un seno grande e generoso fa scattare nella mente l'idea di donna fertile. Una motivazione meramente evolutiva che ciononostante ''funziona' da millenni. Il cervello maschile recepisce quindi e interpreta i segnali che vede senza necessariamente fermarsi ad analizzarne la veridicita'.
Alla domanda che voleva indagare il rapporto tra chirurgia e intimità, gli uomini hanno dato una risposta matura: il 54% sostiene infatti che il desiderio sia sostanzialmente una questione ''di testa', il 21% dice che può inibire nel momento in cui la correzione sia ostentata e quasi il 13% ammette che un seno esagerato, un corpo ritoccato troppe volte possa bloccare l'intimità e la prestazione. Solo il 10% dichiara che dipende come la donna lo vive: se la parte del corpo ritoccata e' troppo messa al centro della seduttività di coppia può smontare l'immaginario maschile.
Gli uomini cercano quindi semplicità e naturalezza anche sotto le lenzuola, ambito in cui rifuggono l'eccessiva intellettualizzazione.
Infine, il 64% del campione non chiederebbe mai alla propria compagna di pensare ad un intervento per migliorare una parte del proprio corpo, il 17,20% tiene a specificare che non lo farebbe perché lo considererebbe una mancanza di rispetto, il 6,45% lo suggerirebbe e speriamo con il dovuto tatto, mentre il 3,23% sopporterebbe un lato B molto piatto e poco attraente o un naso eccessivo perché non avrebbe il coraggio di suggerire l’opportunità di cambiare, anche se in realtà, gli piacerebbe e gradirebbe forse che venisse in mente a lei
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Insomma signore:basta.Sì alla palestra. Stiamo attente alla linea. Impegnamoci per avere nonostante il tran tran quotidiano un aspetto sempre ...quantomeno...al meglio possibile. E viva la vanità. La femminilità. Osiamo, sempre. Ma non facciamoci troppi problemi. Perché non è vera, la frase: “Io lo faccio per star bene con me stessa”. Lo sappiamo tutte che alcune pazzie le facciamo per loro, per gli uomini. E pensate un po’, a loro non gliene frega poi tanto, se abbiamo un po’ di cellulite di troppo o il seno non così generoso, non se ne accorgono, attirati magari da una semplice spalla nuda, o da un neo birichino,a cui noi non avevamo neanche fatto caso.

E se volete il parere di un'esperta: Cristina Tagliabue,con il suo blog e un libro ("Appena ho 18 anni mi rifaccio"). Bellissimi. Entrambi.

lotta alla 'ndrangheta senza benzina

Il sostituto procuratore di Catanzaro Gerardo Dominijanni da domani andrà in Porcura con la sua auto privata, perchè per quella blindata è terminata la benzina. Il pm non si ferma, ma preoccupato scrive una lettera al procuratore capo, Vincenzo Antonio Lombardo.
Dominijanni è il pm che ha indagato sulla morte di Santo Panzarella e fino ad alcuni mesi fa era in forze alla direzione distrettuale antimafia. Un incarico che il magistrato ha lasciato lo scorso dicembre, proprio perché temeva per la sua sicurezza. Infatti nonostante un pentito abbia parlato di un progetto di attentato ai suoi danni e il Comitato provinciale per la sicurezza pubblica di Catanzaro abbia disposto un sistema di protezione, la misura non è mai stata applicata.
Nella lettera inviata oggi a Lombardo, Dominijanni ricorda appunto "la mancata attuazione del sistema di protezione disposto dal Comitato provinciale per la sicurezza pubblica di Catanzaro".
"Affermare - prosegue la lettera - che la vicenda assume aspetti paradossali non mi appare esagerato. Da un verso, su indicazione delle forze dell'ordine, si richiamano i magistrati all'osservanza delle prescrizioni in materia di sicurezza, dall'altro si assiste contestualmente alla continua, nonostante le segnalazioni, elusione delle misure di tutela. Nel frattempo mi è stato comunicato l'esaurimento del carburante della vettura blindata a me in uso. Vorrà perdonarmi, ma subire ulteriori umiliazioni da uno Stato che è in grado di assicurare tutela ai collaboratori di giustizia e non anche a coloro che per la lotta al crimine hanno sacrificato vita ed affetti, non mi è più possibile. Da domani, pertanto, utilizzerò la mia vettura privata, come, del resto, sono stato sempre costretto a fare al di fuori degli orari di ufficio, per tutti i miei spostamenti".

a 13 anni a scuola con la pistola

Ha tredici anni. Entra a scuola brandendo una pistola e la punta contro i compagni. Succede a Pianura, periferia di Napoli. La pistola è una scacciacani,ma non ha il tappo rosso e il ragazzino crede che sia vera. E anche i suoi amichetti. Panico.
"Chi è il capo qui?", grida il ragazzino puntando l'arma alla testa di un compagno. Poi spara quattro colpi. Quattro colpi, a raffica, contro i cassonetti dell'immondizia.

L'Ansa scrive. "Una storia nata in un contesto di profondo disagio sociale, in uno dei quartiere più problematici della città dove con 30 euro in tasca procurasi una pistola identica a quelle delle forze dell'ordine sembra la cosa più facile del mondo. Padre assente, madre impotente di fronte alle malefatte del figlio e un "cattivo maestro", un fratello più grande, ultrà del Napoli, con precedenti per gli scontri a Pianura contro la riapertura della discarica. Il ragazzo è descritto come un piccoletto con faccia da scugnizzo, ma spavaldo, mai intimorito di fronte all'autorità e sempre sicuro di poterla fare franca.
A coprirlo c'era anche il padre che per tutto l'interrogatorio ha negato le responsabilità del figlio".

Un soggetto difficile spiegano dalla scuola, bocciato al primo anno, cinque in condotta e non nuovo a episodi di questo genere, anche se meno eclatanti.

Un'altra piccola storia di minorenni, come Daniele, Francesco, Mario e Capo Grossa (
Perchè no). In una tv locale ho sentito che il ragazzino si sarebbe difeso davanti ai carabinieri dicendo: "Tanto sono minorenne,non potete farmi niente". E' in quel "tanto sono minorenne", che comincia tutto ... o forse finisce.

sport in rosa

LO SAPEVATE CHE… Alcune campionesse posticipano a fine carriera
la nascita del primo figlio, per paura del lungo periodo di inattività
e della difficile gestione degli allenamenti con allattamento e pannolini.
Altre decidono in maniera diametralmente opposta che il miglior “doping”
naturale è la gioia immensa di un figlio a cui dedicare e con cui festeggiare
ogni vittoria. Valentina Vezzali è riuscita a vincere un campionato del mondo a quattro mesi dalla nascita di suo figlio
.

Un "Lo Sapevate che" dà l'avvio ad ogni racconto, firmato da 22 autrici che si confrontano con lo sport al femminile.
Lunedì prossimo, otto marzo, sarà in libreria Sport in rosa, Giulio Perrone editore.Io ho ricevuto oggi il pdf dell'antologia e comincio curiosa a leggere i racconti.
Le autrici sono Ornella Anselmi - Alessandra Arcari - Barbara Balbiano - Roberta Buffi - Mariangela Ciceri- Ramona Corrado- Patrizia Debicke van der Noot - Francesca Garello -Claudia Giordani- Marinella Lombardi- Manuela Maggi - Sabina Marchesi- Marica Petrolati - Francesca Monzani - Marilù Oliva - Claudia Patuzzi - Monica Robotti - Simonetta Santamaria- Nicoletta Vallorani - Elena Vesnaver - Cristina Zagaria - Barbara Zambruno.
Il gran lavoro di curare la collana invece è stato di Barbara Balbiano e Chiara Bertazzoni, a cui va un grande grazie, perchè senza di loro l'avventura non sarebbe mai arrivata in porto. Per il resto...tra scambi di email, qualche errore (il mio racconto "Una vita presa di peso" è diventato "Una vita presa di petto" e non ho idea del perchè!) e i preparativi per le presentazioni in giro per l'Italia, c'è un gran fermento tra noi autrici e spero che questa energia sia solo l'inizio di un lungo viaggio tra sport, scrittura e donne.

Ah...di cosa parla il mio racconto? E' la storia di Assunta Legnante, campionessa italiana nel getto del peso. Infatti il mio grazie più grande va proprio a lei,che mi ha consegnato un pezzo di vita. Garzie Assu.Sei grande.

l'ultima frontiera dell'apartheid


Loro li aspettano alle fermate. Si sbracciano. Li rincorrono. Loro hanno poco tempo, perché devono andare a lavorare. Ma loro sono neri e i bus non rallentano neanche. Saltano la fermata. E filano via, come se i neri non esistessero. Come se quegli uomini e quelle donne fossero pali stradali, piante, sagome. Come se fossero invisibili. Accade a Caserta, nel 2010. Le linee che saltano le fermate dove ci sono solo immigrati di colore sono M1N, la M1B e M4, quelle che portano a Castel Volturno e a Mondragone. È l’ultima forma di apartheid?
Oggi, nella giornata del primo sciopero nazionale dei migranti, un gruppo di attivisti del centro sociale Insurgencia hanno occupato per alcune ore la sede del trasporto pubblico provinciale Ctp in via Ponte dei francesi, a San Giovanni a Teduccio, denunciano che i conducenti dei mezzi del trasporto pubblico della Ctp, nel Casertano, non effettuano le fermate lungo il percorso, quando vedono gli immigrati. Una denuncia con un video, con riprese per strada e all’interno degli autobus e testimonianze dei lavoratori rimasti a terra, con addosso la paura di perdere il lavoro per il ritardo e il senso di sentirsi «diversi», «non voluti». Il video sull'ultima forma di apartheid è online.
Guardatelo.

Era il 1955 quando a Montgomery la sarta Rosa Louise McCauley fu arrestata perchè sul bus non era seduta nei posti riservati ai neri.
E' il 2 aprile 2009 quando a Foggia l'azienda di trasporto pubblico decide di differenziare le corse per italian iestranieri.
E' il 30 settembre 2009 quando a Milano gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su un buscon grate sui vetri.
E oggi? Non è cambiato niente? O va addirittura sempre peggio?
L'ultima frontiera dell'apartheid è Caserta?


NOTA. La foto pubblicata è di Daniele Veneri, giovane fotografo napoletano. La sezione sul suo sito si chiama "A Black Face". Sono immagini della manifestazione che si è tenuta oggi a Napoli: un'onda gialla con 12 mila uomini e donne, bianchi e neri, in corteo.